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RECENSIONE - RADIOFIERA - Atimpuri

Dopo sei anni di assenza, Ricky Bizzarro e i suoi Radiofiera tornano con dieci nuovi brani e con un album dal nome “Atimpuri”.


Il titolo, in dialetto veneto, rimanda al sesto comandamento della Chiesa, gli stessi atti impuri attraverso i quali la band prende spunto e riadatta  per lavorare, in modo geniale, su ogni traccia dell’opera, descrivendo le condizioni di degrado e disagio della società.


Scelta importante, ma al tempo stesso coraggiosa, quella della formazione veneta che decide di diffondere  il proprio messaggio interamente nel loro dialetto, dando la possibilità all’ascoltatore di immergersi in un’atmosfera singolare, in grado , quindi, di toccare le corde dell’anima di ognuno con dinamiche diverse dagli standard consuetudinari, cosi facendo si può utilizzare questa scelta artistica per comprendere meglio il significato dei testi e attuare una più attenta riflessione sulle tematiche quotidiane trattate, alle quali la società non sa, o molto più probabilmente, non vuole dare delle risposte. Una sequenza di canzoni nella quale il minimo comun denominatore è la rabbia, dosata, con maniacale precisione, da melodie aggressive con sprazzi di malinconia, amplificati da distorsioni inserite nei punti giusti e armonizzati dal suono di chitarre acustiche che bilanciano le vibrazioni, ma lasciano invariato il concetto di fondo.


Scorrendo mano a mano tra i brani, si scopre uno stile camaleontico. A tratti con forti vene cantautorati ( “Me ciamo fora” o “ L’amor che te ga” ), mentre alle volte si intravede un approccio di pura matrice alternative rock, altre ancora si scoprono tinte punk ( “Natisemonatituti” ), fino a sfociare addirittura nel blues (“Vudubebi” ). Questo sta a significare la discreta capacità di possedere un background con diverse sfaccettature e positive aperture di pensiero dal punto di vista sonoro.


Per quanto riguarda l’aspetto testuale, i temi vengono trattati in modo interessante.


In certi casi utilizzando una sottile prosa, con colori più poetici e raffinati ( “Lamore che te ga” o “ Me ciamo fora” ), altre volte con testi più pragmatici e aggressivi , con l’intento di arrivare più velocemente al punto trattato, creando un impatto immediato.


Un album per chi desidera un lavoro sincero, ricercato, non scontato, valido e giustamente raffinato ma che al contempo sa essere scarno , diretto e senza peli sulla lingua.


75/100            


Etichetta: Psicolabel       


Anno 2011         


 


 


Sichetti Roberto




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